La Merzario è stata una squadra di formula uno fondata dal pilota italiano Arturo Merzario.
Alla fine degli anni settanta, dopo una lunga carriera in F.1 con team anche prestigiosi, egli decise si seguire le orme di Emerson Fittipaldi e di creare una scuderia gestita direttamente.
Strinse una collaborazione con l’esperto costruttore svizzero Guglielmo Bellasi. La Merzario A1, di colore rosso e dotata del classico motore Ford Cosworth DFW, presentava alcune soluzioni come i radiatori immediatamente dietro alle ruote anteriori, frutto dell’esperienza accumulata dal pilota italiano in altre squadre.
Tuttavia, dopo qualche gara, venne a mancare il supporto finanziario di uno dei suoi sponsor e così la vettura si trovò costretta a lottare per la qualificazione in ogni gara. In ogni caso si trattava del secondo costruttore italiano presente nella massima formula.
La vettura riuscì a raggiungere il traguardo solo nel Gp. di Svezia dove arrivò 16°, ma a 8 giri dal vincitore, risultando così non classificata. Nel Gp. di Austria debuttò la Merzario A1B con modifiche di dettaglio alle sospensioni, nuove parti in titanio e radiatori più piccoli.
Al Gp. d’ Italia, grazie alla collaborazione della rivista Autosprint, Merzario schierò due vetture: una (la prima A1) fu messa a disposizione del pilota Alberto Colombo, ma non riuscì a pre-qualificarsi.
Nel 1979, con i modelle A2 e A3, Merzario continuò la sua avventura in F.1 ma i risultati stentavano ad arrivare. A metà stagione rilevò tutto il materiale della Scuderia Kauhsen in un ultimo tentativo di riscossa ma ancora una volta la nuova A4 era spesso la più lenta del plotone.
Per il 1980 Merzario aveva in progetto un nuovo modello per rientrare nel giro Mondiale dal Gp. del Belgio ma fu soltanto una pre-iscrizione.
La A4 venne adattata ai più piccoli motori Bmw di F.2 e con questa macchina, chiamata M1, Arturo disputò tutto il campionato europeo della specialità. Insieme al pilota costruttore, una seconda vettura venne schierata nelle prove dell’europeo di F.2 ed affidata a Guido Daccò e poi a Piero Necchi.
Dopo 2 anni nei quali il pilota comasco decise di far correre in formula 2 numerose vetture March-Bmw trasformate in Italia, nel 1983, in collaborazione con l’ing. Degan (ex-Autodelta), venne costruito un telaio in carbonio che, affidato al francese Dallest, riuscì a dare finalmente qualche soddisfazione.